Confindustria, il cambio

Se la corsa per la successione di Emma Marcegaglia alla presidenza di Confindustria è ancora aperta lo si deve soprattutto alla tenuta del candidato Alberto Bombassei. E se il patron di Brembo è ancora candidato – nonostante le voci sempre più insistenti che danno il rivale Giorgio Squinzi come favorito – le ragioni sono essenzialmente due, spiega in una conversazione con il Foglio Stefano Parisi, ad di Swisscom Ict Italia, presidente di Confindustria digitale e sostenitore in chief dello stesso Bombassei.
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Se la corsa per la successione di Emma Marcegaglia alla presidenza di Confindustria è ancora aperta lo si deve soprattutto alla tenuta del candidato Alberto Bombassei. E se il patron di Brembo è ancora candidato – nonostante le voci sempre più insistenti che danno il rivale Giorgio Squinzi come favorito – le ragioni sono essenzialmente due, spiega in una conversazione con il Foglio Stefano Parisi, ad di Swisscom Ict Italia, presidente di Confindustria digitale e sostenitore in chief dello stesso Bombassei. La prima: “Il consenso nei suoi confronti è vasto e sta crescendo ancora in queste ore”. La seconda: “La candidatura Bombassei incarna un senso di malessere e una spinta al cambiamento che non può essere delusa”. A deludere non sarebbe soltanto un passo indietro di Bombassei – è la tesi di Parisi – ma soprattutto l’ipotesi che Viale dell’Astronomia, in caso di vittoria di Squinzi, non accetti di “cambiare profondamente”.
D’altronde un economista come Francesco Giavazzi, sulla prima pagina del Corriere della Sera, ha inserito Confindustria tra i “mille interessi particolari che da decenni impediscono le riforme”. Siamo a questo livello di involuzione? Parisi non nega, ma si rifiuta di rispondere con un monosillabo. Piuttosto ricorda la sua esperienza nel settore pubblico – dal 1990 al 1997 è stato a capo del dipartimento Affari economici della presidenza del Consiglio – e dice: “Oggi siamo in un momento assimilabile a quello della fine della Prima Repubblica nel 1992-1993. Anche allora c’era un crisi di fiducia sul debito italiano e lo spread tra titoli del debito italiano e omologhi tedeschi toccò 800 punti”, e in più l’inflazione era vicina al 6 per cento: “Il Parlamento sotto il tiro di Mani pulite approvò una manovra monstre, e sindacati e Confindustria in qualche modo supplirono alla sospensione della politica con gli accordi del ’92 e del ’93. Frenando l’aumento dei prezzi, imprese e sindacati giocarono un ruolo decisivo per uscire dalla crisi”.

Da allora il ruolo delle parti sociali è “diventato abnorme”, sostiene Parisi: tutti i governi hanno misurato il loro successo con la concertazione: il Patto per il lavoro di Romano Prodi, poi l’accordo di D’Alema e infine il Patto per l’Italia del secondo governo Berlusconi, tutti arenati in Parlamento. Oggi si arriva al “paradosso per cui le dichiarazioni del presidente di Confindustria finiscono nel pastone politico, tra quelle dei leader dei partiti di maggioranza e opposizione”. Il problema è che la Seconda Repubblica è agli sgoccioli e siamo alla fine di un ciclo iniziato nel 1992. La Confindustria deve capire che “la Terza non è fondata sulla concertazione”. Ora lo stesso governo tecnico impone “un ripensamento”: “Mario Monti, sulla riforma delle pensioni già approvata, come anche su quella in fieri del mercato del lavoro, ha fatto intendere che le parti sociali vanno ascoltate ma poi sono il governo e il Parlamento a decidere”. Una ragione in più, per Confindustria, per rendersi conto che “l’associazione degli industriali non può fondare il suo potere sul fatto di avere un posto attorno al tavolo della Sala verde di Palazzo Chigi. Anche perché a quel tavolo non siede un numero crescente di imprenditori, come quelli legati meno alla manifattura e più al mondo delle nuove imprese, e il sindacato non rappresenta un numero crescente di lavoratori attivi, giovani e non”. Per essere meno autoreferenziale, “Confindustria deve intraprendere piuttosto una chiara e circoscritta difesa degli interessi dei propri associati, in base a sani principi di mercato. Altrimenti rischia di diventare un freno alle riforme”.

Un’organizzazione snella che faccia lobbying per la crescita e che abbia meno velleità politiche, questo dovrebbe essere Confindustria. Vuol dire che la gestione Marcegaglia non è riuscita a realizzare tutto ciò? “Emma ha molti meriti importanti, anche sulle relazioni industriali – sostiene Parisi – ma ha compiuto un grave errore, piuttosto sintomatico di un modo di concepire il ruolo di Viale dell’Astronomia nella vecchia logica del 1992”.

“Marcegaglia alla fine del luglio scorso ha sottoscritto un ‘patto per la crescita’ con tutti – dalle banche alle cooperative, passando per i sindacati. Era evidente che c’erano insanabili differenze, infatti quello schieramento si sciolse subito dopo come neve al sole”. L’errore è quello di “aver fatto un’operazione tutta politica”. Difendere gli interessi degli associati non è la stessa cosa che mettere a tutti i costi tutti d’accordo attorno al tavolo della concertazione. A questo proposito Parisi, che è stato direttore generale di Confindustria ai tempi della presidenza di Antonio D’Amato, lancia una frecciatina al suo amico Giampaolo Galli, attuale dg: “In un’intervista al Foglio ha detto che con la riforma del lavoro non bisogna ‘gettare benzina sul fuoco’ e irritare troppo i sindacati. Ma la sua preoccupazione non dovrebbe essere questa, quanto quella di rappresentare gli interessi degli industriali”.

Parisi torna a fare l’esempio della fase di passaggio tra Prima e Seconda Repubblica: “Allora, con l’accordo del 1993, tutti accettarono di perdere qualcosa. I sindacati, rinunciarono alla scala mobile e accettarono una moratoria sui contratti, pagarono un prezzo alto per fermare la spirale inflazionistica. Gli industriali offrirono compensazioni, come una maggiore contribuzione alla formazione dei lavoratori. Oggi nessuno sembra voler rinunciare a nulla, e il problema è che tutti sembrano più preoccupati di difendere le istanze di coloro che siedono attorno al tavolo che di varare rapidamente la riforma del mercato del lavoro”.
Se questi sono gli errori del recente passato come anche del presente, in che modo si possono cambiare le cose? Secondo Parisi, uno dei principali sostenitori della campagna di Bombassei, il patron di Brembo ha idee piuttosto chiare su come far sì che Confindustria “ritrovi un rapporto diretto con le imprese”.
Si tratta di passare attraverso una profonda riforma dell’associazione nata nel 1910. “Innanzitutto Viale dell’Astronomia deve tornare a essere punto di aggregazione delle eccellenze negli ambiti di interesse delle imprese, dal fisco all’ambiente al lavoro. Servono tecnici di alto livello per confrontarsi al meglio con Roma e Bruxelles”. La riforma interna è soprattutto una questione di rappresentanza: “I problemi e gli interessi del ceto produttivo non si creano e non si risolvono a Roma. Va predisposto un meccanismo di ascolto diffuso delle associazioni territoriali, e in questo il Web può aiutare molto”.

Terzo punto: “La governance va snellita. In presenza di una maggiore capacità d’ascolto dal territorio, c’è meno bisogno di una struttura ridondante come quella attuale, composta da presidenza, consiglio direttivo, giunta, per un totale di centinaia di persone”. Infine è urgente una “razionalizzazione delle attuali 265 associazioni che compongono Confindustria, partendo dall’eliminazione di inutili sovrapposizioni in alcuni settori. Non è solo questione di riduzione dei costi, in questo modo si deve anche prendere atto che non esiste un modello organizzativo adatto per tutte le realtà”. L’operazione di riorganizzazione avvenuta nel Lazio, per esempio, non è detto che possa essere replicata “in realtà più industrializzate del nord, mentre può essere una buona soluzione per il sud”. Né si capisce “perché Marchionne sia costretto a uscire dall’associazione per applicare un contratto di lavoro diverso”. La riforma di Confindustria non è un vezzo di un candidato alla presidenza, ma una necessità: “A maggior ragione quando la competitività diventa emergenza, gli imprenditori associati sempre più continueranno a porsi una domanda che è già frequente e che si farà sempre più insistente: cosa ottengo in cambio dei soldi della mia quota di iscrizione?”.

Nel merito delle riforme strutturali necessarie per il paese, invece, Parisi non ha problemi a riconoscere una convergenza di vedute anche con il candidato Squinzi e i suoi sostenitori: “Sull’articolo 18 dello Statuto, Confindustria ha formalmente raggiunto una posizione unitaria. L’obbligo di reintegro è un’anomalia italiana, va mantenuto soltanto per i casi di licenziamento per motivi discriminatori, ma chi licenzia per ragioni economiche deve corrispondere soltanto un indennizzo”. La riforma del mercato del lavoro non può fare a meno di affrontare il tema della flessibilità in uscita, tiene a sottolineare Parisi, “e non bastano impapocchiamenti”. Questo non per ragioni ideologiche: “Se si riduce l’eccessiva flessibilità in entrata, sfoltendo contratti a termine e vietando usi truffaldini delle partite Iva, e contemporaneamente si irrigidisce la flessibilità in uscita con la riforma dell’età pensionabile, pur sacrosanta, si rischia di vedere crescere ancora molto la disoccupazione giovanile. Una maggiore flessibilità in uscita può compensare questo squilibrio”. Quanto agli ammortizzatori sociali, Parisi è d’accordo su una riforma che vada nel senso di una generalizzazione dei sussidi e un alleggerimento della cassa integrazione, ma a due condizioni: “Primo, non solo gli industriali devono contribuire al pagamento degli ammortizzatori; secondo, la riforma deve entrare in vigore nel medio termine e non dall’oggi al domani in un momento di alta tensione occupazionale”.

Su riforma del mercato del lavoro e delle pensioni sarete pure d’accordo con lo schieramento squinziano, eppure è da lì che vengono le critiche più dure a uno dei “grandi elettori” di Bombassei, l’ad di Fiat: “Marchionne ormai da anni pone problemi importantissimi. Senza la sua iniziativa non avremmo nemmeno raggiunto l’intesa del 28 giugno tra Confindustria e parti sociali”. Però, dicono i critici, Marchionne non paga i contributi associativi e quindi non vota, non dovrebbe intromettersi nelle cose interne: “Curioso modo di argomentare, visto che la Fiat per 100 anni quei contributi li ha pagati eccome. Posso capire l’antipatia per la vecchia Fiat, quella consociativa, che nei momenti di difficoltà scaricava tutto sullo stato e sui soldi dei contribuenti, ma Marchionne ha rotto con tutto questo. Piuttosto dovremmo smettere di chiudere gli occhi davanti alla richiesta di una grande azienda italiana che lotta per poter investire in un paese più competitivo!”. Se vince Squinzi, c’è il rischio che altre imprese seguano l’esempio del Lingotto? “Spero di no. Certo che se Confindustria non ripensa a se stessa e alla propria funzione di servizio alle imprese rischiamo lo sfaldamento della stessa associazione”.